IL “PENSARE” NELLA PRATICA FILOSOFICA

“PER ADDETTI AI LAVORI”

“Staccare la filosofia del tutto dalle emozioni ( e ancor più la pratica filosofica dalle emozioni) e perciò dall’idea di tensione alla felicità o alla piena realizzazione di sé e anche, perciò, staccarla del tutto dal rapporto a un’idea profonda, problematica ma radicale di benessere …, significa staccare, ad esempio, Spinoza (tutto intero), e soprattutto i problemi di cui si occupava Spinoza, ma si potrebbe aggiungere anche quelli  di cui si occupava Platone Aristotele, tutto lo stoicismo – e come atteggiamento nei confronti delle proprie vicissitudini quotidiane- ma anche quelli di cui si sono occupati Cartesio, Bruno, tutta la filosofia romantica, ma più vicino a noi Heidegger, tutta la fenomenologia, ecc., significa staccare tutto questo dalla filosofia ( e della pratica filosofica). Significa, credo, perció, anche non volendo, finire in un pensiero completamente fuori  (se fosse cosa realmente fatta, e in fondo se fosse cosa realmente possibile)  non solo dalla pratica filosofica ma dalla filosofia in generale e non solo occidentale, e in questo caso anche da quella accademica ( ma non sarebbe la perdita più grande). Significa poi, purtroppo di fatto , a livello di condotta di vita, inevitabilmente trattare in modo non esplicito di emozioni: e proprio in tal modo trascurando per forza di concettualizzarle, e efficacemente svolgere attività di pensiero critico…”.
“Procedo per una strada che parte da Socrate che viene alla luce di nuovo nella filosofia romantica, che viene imboccata da Kierkegaard e da Nietzsche, e che poi nel nostro secolo viene seguita per esempi da Benjamin e da Georg Simmel che tengo in grande considerazione – e da molti altri ancora. Io mi riallaccio cioè… a una filosofia che è divenuta schietta, che resiste alla seduzione dell’ambizione sistematica del grande pensatore, e che si concentra sul concreto per rimanere enfaticamente vicina alle cose più piccole e minime”.
“Noi spesso pensiamo la filosofia troppo elevata per poterci poi chiamare filosofi senza vergogna, e sotto questa prospettiva, pensiamo troppo male di noi stessi… Io vorrei chiamare questa filosofia la “filosofia della pretesa” e intendo con questo quella filosofia vecchia e tramandata che scopre, amministra ed esegue la verità, che prima decide le “proposizioni vere” e poi, una volta che le ha, le impone da farisea agli uomini. Questa è per usare le parole di Nietzsche, la vecchia “filosofia della negazione del mondo”, del “nichilismo metafisico” che non accetta ciò che è, e che non trova nella realtà ciò che potrebbe accettare… Essa è l’agente della divisione metafisica della realtà o anche del suo raddoppiamento… I filosofi che agiscono in questo senso li riconosciamo di norma dal fatto che pensano per gli altri, ma allo stesso tempo, sanno risparmiare a se stessi l’applicazione di ciò che hanno pensato”.
“Al posto delle domande di Kant: che cosa posso sperare? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Cosa è l’uomo? [devono entrare] in gioco le domande della consulenza filosofica: Che cosa so io? Che cosa faccio io? Che cosa spero io? Chi sono io?
E in questo modo viene attribuito un altro compito alla filosofia: essa non pensa più in anticipo [rispetto all’esperienza], pensa insieme. E anche noi, in quanto filosofi, ci confrontiamo con una nuova esigenza: la questione, adesso, non è più se io vivo ciò che penso, ma se penso ciò che vivo… questa è la strada sulla quale il consulente filosofico cammina insieme a chi gli chiede una consulenza: non è il pensiero che preme sulla vita,… ma è la vita che preme sul pensiero; è essa che indica la giusta strada. Ed è allo stesso tempo la strada che permette al filosofo di ritrovare se stesso, senza dover rifiutare se stesso… Non è la filosofia ad essere un mistero per costoro (consulente e ospite); sono loro stessi il mistero”.
“Il consulente filosofico ha tre nemici: la convinzione precipitosa, la fredda esattezza e la verità senza anima. La sua ragionevolezza è quella del “cuore che pensa” (Hegel). Traduco: l’utopia della consulenza filosofica sarebbe l’anima razionale o la ragione sensibile. Tutto ciò sulla concezione della consulenza filosofica, non sul suo ‘concetto’, perché alla sua base non si trova alcun concetto. Ora, per qualcuno ciò potrà essere troppo poco, o troppo impreciso… Qualcuno sentirà la mancanza della teoria rigorosa che è la sola che si lascia discutere.…
Nella consulenza filosofica cioè non si tratta più di portare all’individuo pensieri filosofici e la sua intenzione non è in primo luogo (e neanche in secondo) quella di risvegliare l’interesse per la filosofia (questo succede indirettamente, come conseguenza benvenuta)… [Nella consulenza filosofica] [proprio] i problemi e la sofferenza di quelli che gli si rivolgono, si conficcano nel corpus philosophicum e non è escluso che questo aculeo risvegli tale corpus philosophicum da una lunga notte di sogni speculativi e che punga ancora fino a quando lo sguardo, abituato alla luce del giorno, scopra come suo oggetto la quotidianità presente, la realtà decisiva anche del mondo della vita individuale”.

Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, tr. it. Apogeo, Milano 2004, pp. 19, 34-35, 37, 70-71 (il testo di Achenbach è tutto pieno di simili affermazioni che pongono la Philosophische Praxis, la pratica filosofica, come il pensiero che torna, e anzi che si colloca come non mai prima nell’accoglienza del sentire … ma vale la pena leggerlo o rileggerlo tutto, e più di una volta) e le stesse tesi Achenbach le ha ribadite nell’ultima conferenza di apertura della XV International Conference of PHilsophical Practice tenutasi a Città del Messico nel luglio del 2018.

“ ‘… Riporto il fatto  a cui ci stiamo riferendo  qui  con una tesi: ‘la lunga storia della Hybris filosofica’ è passata… Che cosa è successo? Oppure: con chi e con che cosa abbiamo a che fare se  spronando all’osservanza della “giusta comprensione” come fece nella filosofia antica, ad esempio un Epitteto, ottenessimo la risposta ‘Sì, lo so, ma non posso’. Oppure: “ho preso tutto in considerazione , ma…’. Questa opposizione verso la pura pretesa razionale, questa ubiquità del ‘MA’ dovrebbe diventare l’interesse maggiore DELLA RAGIONE STESSA. Non abbiamo forse ogni motivo per ammettere che laddove incontriamo questo ‘MA’ vogliamo fare i conti razionali senza l’oste? E cha  la ragione in noi  gioca solo più il ruolo di ospite e che si rende necessariamente ridicola quanto tenta di farsi passare, in quel contesto per padrona di casa? E che quindi viviamo della grazie di altre forze? Penso in effetti che si possa considerare come dato di fatto che la speranza dell’Illuminismo nella ‘autonomia della ragione’, questo eccesso dell’andatura eretta, è stata screditata a ridicolaggine e noi esiteremo a concederle la chance di un ritorno. Se dunque è così emerge allora la domanda: come è possible la consulenza filosofica? Questo si può determinare in negativo: una filosofia dei divieti del pensiero, delle costrizione del puro intelletto, e delle pretese della ragione, una filosofia pura non è e non può essere una filosofia pratica e, se lo fosse, diventerebbe terrorismo”.

G. Achenbach, La consulenza filosofica, tr. it. Apogeo, Milano 2004, pp.52-54

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